
Impianti sottoperiostei (o juxtaperiostei): funzionano davvero quando c'è poco osso?
Cosa sono, perché te li propongono col poco osso, e perché "sopravvivere" non significa "funzionare"
Sei andato dal dentista per rimettere i denti che ti mancano. E a un certo punto ti sei sentito dire una frase che ti è rimasta addosso: hai poco osso.
Poi però qualcuno ti ha rassicurato. Ti ha parlato di una soluzione all'avanguardia, gli impianti sottoperiostei, chiamati anche juxtaperiostei.
Ma cosa sono, davvero? Vale la pena capirlo bene, perché è da qui che parte tutto.
Immagina una griglia sottile, in titanio, disegnata su misura sulla tua arcata partendo da una TAC. Questa griglia non entra dentro l'osso. Si appoggia sulla sua superficie e viene tenuta ferma da alcune microviti. Resta lì, tra l'osso e la gengiva. E sopra, poi, si montano i denti nuovi.
Qui c'è la differenza con un impianto tradizionale. L'impianto normale è una vite che entra dentro l'osso: ha bisogno di volume, di spessore, di qualcosa in cui avvitarsi. La griglia sottoperiostea no. Lei sfrutta solo la superficie dell'osso, non il suo volume.
Ecco perché te la propongono proprio quando l'osso è poco. Perché, in teoria, aggira il problema dello spazio.
Ti hanno detto che è tecnologia di ultima generazione, costruita apposta per te. Ed è vero.
Ma mentre ascoltavi, forse dentro di te si è fatta strada una domanda.
"Sarà bello tecnologico, ma a me poi funziona davvero?"
È la domanda giusta. Ed è quella a cui pochi rispondono con onestà.
Facciamo un passo indietro, perché serve.
Gli impianti sottoperiostei non sono nati oggi. Esistono dagli anni Settanta. E all'epoca vennero abbandonati. Non per una moda passata, ma perché davano troppi problemi.
Allora si apriva la gengiva e si prendeva un'impronta dell'osso. Un'impronta però imprecisa, presa su tessuti che sanguinavano. Su quella base l'odontotecnico costruiva la griglia, che veniva poi fissata con delle microviti.
Il problema arrivava col tempo. Dopo qualche anno quella struttura tendeva a esporsi. Il metallo bucava la gengiva e partiva l'infiammazione. Difficile da fermare, spesso impossibile da recuperare.
Oggi una parte di quel problema è stata risolta. Non serve più l'impronta imprecisa: la griglia si disegna al computer, in modo molto più preciso e confortevole.
E allora, forse, ti stai chiedendo:
"Se hanno risolto quel problema, dove sta la fregatura?"
Sta in due parole che sembrano sinonimi, ma non lo sono. Sopravvivere e funzionare.
La letteratura scientifica ci dice che questi impianti, nel breve periodo, sopravvivono. In alcuni studi anche nel cento per cento dei casi. Detto così sembra perfetto.
Ma sopravvivere significa soltanto che l'impianto è ancora lì, nella tua bocca. Non significa che stia facendo bene il suo lavoro, senza darti fastidio.
Perché quando si guardano le complicanze, il quadro cambia. Negli studi che seguono i pazienti per qualche anno, i problemi arrivano a interessare circa due persone su tre.
Sono sempre gli stessi problemi di cinquant'anni fa. Il metallo che si espone, la gengiva che si infiamma. Un'infiammazione che non si gestisce con facilità.
E c'è un dato che pesa più di tutti gli altri. Con il passare del tempo, in particolare dopo il sesto anno, la percentuale di fallimenti cresce. Nei primi anni è molto bassa. Poi sale. In uno degli studi più recenti, a sei anni, la sopravvivenza scende sotto il sessanta per cento.
La fotografia, quindi, è questa. Ci sono pochissimi studi, e quei pochi non sono affatto rassicuranti sul lungo periodo.
A questo punto è normale pensare:
"Va bene, ma allora io che ho poco osso cosa faccio?"
Qui c'è la buona notizia. Avere poco osso non ti lascia senza soluzioni. Semplicemente, non hai bisogno di quella non ancora validata.
Se il problema è nell'arcata superiore, anche nelle atrofie più gravi esistono strade collaudate. Gli impianti zigomatici, transinusali e pterigoidei si ancorano in zone dove l'osso c'è, e hanno alle spalle anni di dati che ne confermano l'affidabilità.
Se il problema è nell'arcata inferiore, nei rari casi in cui non c'è spazio nella zona più sicura, si può prima ricostruire l'osso e poi inserire gli impianti. Con tecniche di cui conosciamo bene i risultati.
Ed è per questo che, nel nostro studio, oggi gli impianti sottoperiostei non li proponiamo. Non perché non sappiamo eseguirli. Ma perché scegliamo di non mettere la tua bocca dentro una scommessa, finché la scienza non ci dà certezze solide.
Il concetto da portare a casa è semplice. Una soluzione può essere la più tecnologica sul mercato ed essere, allo stesso tempo, la meno collaudata. Tecnologia e prova scientifica non sono la stessa cosa.
Se ti hanno proposto gli impianti sottoperiostei, o se ti hanno detto che hai poco osso e non sai di chi fidarti, non firmare nulla prima di aver capito davvero il tuo caso.
Prenota una prima visita, che nel nostro studio è gratuita. Guardiamo insieme la tua situazione e ti diciamo con chiarezza qual è la soluzione giusta, sicura e collaudata per te.



